Fjallbacka, affresco svedese

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Fjallbacka © Photo Frank Heuer

Fjallbacka © Photo Frank Heuer

Dal monte Vetteberget, la sera scende come un sipario sul molo di Fjallbacka. Luci artificiali ne allungano i riflessi nelle acque calme del porto. In piedi sulla banchina, guardo le ombre delle barche e delle case in legno striare il mare, mentre il villaggio svedese entra adagio nella notte.

Una notte solitaria, camminata nella brezza marina di questo paese della contea di Västra Götaland, nella provincia del Bohuslän: 850 abitanti soltanto che aspettano l’estate per moltiplicarsi e fare del loro centro una delle località turistiche più famose di Svezia, conosciuta in tutto il mondo.

Ma Fjallbacka non è solo un affresco estivo, e la sua storia millenaria, con i primi insediamenti dell’Età del Bronzo, lo dimostra. L’ho scoperta oggi pomeriggio appena arrivato qui, quando ho potuto girare il luogo come piace a me: a passo lento.

Ho seguito le orme e le parole di Lasse Lundblad, la guida locale, che ha iniziato a raccontarmi il villaggio partendo dal sagrato della chiesa neogotica. A disegnarla, come altri venti edifici ecclesiastici lungo la costa, è stato l’architetto Adrian Peterson.

Questa è stata costruita nel 1892 col tipico granito rosso della zona, proprio vicino a dove prima si trovava un mulino a vento, mentre altri due erano nella parte sud del paese. Poi, scendendo verso il porto, Lasse mi ha fatto vedere un vecchio cottage, una volta sede della prima industria locale per la produzione di aringhe speciali.

Si chiamavano anchovies: erano piccole e confezionate con sale e spezie. Una vera e propria “manna” esportata in tutto il mondo, persino in Sud Africa, dal promotore Gustaf Andersson che, grazie a questa invenzione, rese meno amaro il periodo di scarsa pesca a cavallo tra i due periodi fertili del 1747-1808 e 1877- 1896.

Alla fine del XIX secolo iniziò a fiorire l’industria della pietra. Blocchi di granito vennero usati per costruire materiale di pavimentazione. Molti, attraverso le navi, furono portati in Sud America, in Svezia e in altri paesi europei, tra cui anche l’Italia. “Vedi? Il marciapiede su cui camminiamo è fatto con queste pietre”, mi ha detto la guida orgogliosa.

Poi, sempre proseguendo verso il molo mi ha spiegato che “nel 1846 quando vennero cambiate le leggi e fu permesso di aprire negozi anche fuori dalle città, il villaggio divenne un centro importante per il commercio. Dalla fine del XIX secolo il bestiame per la vendita veniva spedito con regolarità attraverso navi a vapore che operavano sulla rotta Göteborg-Oslo e portavano anche passeggeri”.

Nel 1920, Fjallbacka divenne famosa come località turistica in tutta Europa. Molte case furono vendute ai villeggianti che le usano solo per le vacanze. Ci fermiamo nella piazzetta circondata di verde, proprio davanti al volto muto di Ingrid Bergman: la statua ricorda il suo legame con il luogo e le vacanze trascorse qui per anni con i figli. “Sì, anche io l’ho conosciuta – mi ha raccontato ancora Lasse -. Era una bella donna, ma sua figlia, Isabella, l’ho è diventata di più”.

Dopo aver lasciato i ricordi alle spalle, abbiamo continuato sulla strada che costeggia il ripido Vetteberget, un costone di roccia che qui chiamano montagna, nonostante si alzi solo 76 metri sopra il livello del mare. Passando davanti a vecchie case ristrutturate in stile moderno, la guida mi ha raccontato dell’incendio scoppiato il 12 marzo del 1928, “quando in un giorno di tempesta divampò il fuoco che distrusse 23 abitazioni e molte barche nell’area. Fu un momento tragico per il nostro paese”.

Tra vie zigzaganti siamo arrivati davanti alla scalinata in legno che si arrampica sul “monte”: oltre cento scalini per godere dalla cima lo scenario dell’arcipelago con centinaia di isole verdi, all’orizzonte, prese d’assalto dai turisti d’estate.

Qui sopra, nel XII secolo, quando Fjallbacka era terreno norvegese, re Hakon il Buono ordinò la costruzione di segnaletiche speciali, per illuminare la costa e trasmettere segnali durante i periodi di guerra. Il sistema era così veloce per il periodo che si poteva avvisare il punto più estremo della Norvegia in soli sette giorni.

Ed è proprio il Vetteberget che dà il nome al villaggio. La parola deriva dall’antico scandinavo vitti che significa “segno” ed è messo in relazione con le pietre che venivano usate come segnaletica. Pietre che hanno formato questo monte durante il periodo della glaciazione. Ne è prova un masso enorme e arrotondato che si posa in un taglio del granito.

Lì, dove si può camminare attraverso la roccia spaccata, sembra sia stato trovato un cadavere che ha dato spunto a Camilla Läckberg, la famosa giallista svedese cittadina di Fjallbacka, per scrivere i suoi romanzi, il primo tradotto da poco anche in italiano.

Disceso dal costone sono arrivato sulle assi scricchiolanti del molo: davanti, oltre al sole accecante, ho visto i tre mezzi di soccorso dei Guardiacosta: quelli che d’estate salvano vite e “governano” le centinaia di barche di ogni stazza ancorate al porto.

Qui, ho lasciato Lasse in una stretta di mano, aspettando che dalla montagna la sera scendesse come un sipario su Fjallbacka.

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